Vito Fulgione

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Notturno” di Vito Fulgione

 

L’immagine profonda e simbolica del Fulgione è percepibile commistione di un senso di tagliente amarezza e di romantica tensione insieme. È notturna all’artista la condizione umana di mutila mancanza ad essere, ombra di ricetto panico femminile e di pulsione dionisiaca, che riverge al piacere; che anela, tuttavia,

al pensiero, mai solare all’umano, mai pienamente portato a coscienza, ma propriamente lunare, perché irreparabilmente doppio, secondo, specchiato riflesso di luce altra, mai propria. L’umano è all’artista amore lacerante in un luogo di soglia, che aggetta, che rimanda all’impossibilità di se stesso, la cui pienezza solo romanticamente può fiorire a distanza da sé, altrove, in altro essere.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “L'abbandono” di Vito Fulgione

 

La condizione nembosa dell’uomo agli acrilici del Fulgione è la dimensione segnica di una mancanza, che rimanda senza fine al luogo umbratile di senso. Unica via d’appiglio a questa sottrazione costitutiva della presenza è la sinestesia dei sensi che, ad eco dell’espansione inarrestabile dell’universo e dell’allontanamento delle stelle, seguono l’effetto doppler delle linee spettrali di una panchina nello spostamento dal blu, al verde e verso l’infrarosso immaginario di un dolore, che tira e allenta sonoramente la frequenza verso il silenzio, alle lunghezze d’onda dell’abbandono inesorabile e progressivo, ancora a trattenere un granello sensoriale, che sollevi la memoria di ciò che non è più.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Partire” di Vito Fulgione

 

Il dolore statuario del Fulgione è la coscienza del partire, in quanto atto qualitativo e identitario inalienabile della parzialità segnica dell’uomo. L’uomo è parte, legata al senso etimologico di apprestare e di compiere, è ciò che è dato per partizione da un intero e che tende al superamento di sé, per la reintegrazione all’unità perduta. Vive la dimensione seconda e riflessa dell’illusione lunare, come la scrittura, che non è più e non è ancora musica, ma solo una segnatura grafica, una rappresentazione spaziale che non possiede il senso della composizione: solo la sintesi vivente della partitura cosmica restituirebbe la percezione dello strumento polivoco della verità.