Alberto Lotti

Il viaggio

Arranco tra crinali della ragione,

spine di siepi nell'anima infisse,

tra moribonde lune,

mendico, vagando sulle mie paure,

eremita d'un incrocio che non trovo.

Un vento ondeggia prati,

rammentando, nell'istante,

quel mare che ho smarrito,

quel lenzuolo d'azzurro

che pendeva sul cortile,

quella porta d'infinito

sperduta nella corsa delle ore,

che il silenzio dipanava senza eco.

Si è seccata la voce di sorgente,

mentre una fiumana ruzzola i pensieri

che avanzano il battito del cuore,

si spezzano, affogano, cozzano,

con un dolore senza gemito

in un viaggio che non vorrebbe aver fine.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Il viaggio” di Alberto Lotti

 

Commossa e nostalgica, la parola del Lotti è tensione itinerante, impavido coraggio, che sfida i luoghi dell’inconscio e della coscienza, tentando l’impossibile superamento del dualismo e della finitudine dell’umano, costitutivamente “mendico”, a menda esposta, ad elemosinare ai sensi e alla forza transitiva del verbo poetico l’equorea memoria grembale e archetipica della pienezza perduta, che lega il soggetto all’oggetto e che precede il tempo, che non emenda tuttavia l’errore, che non ammenda dall’umana colpa diveniente del pensiero a morire.