Alessandro Izzi

La foresta pietrificata

Sprofondato in subsidenza
si ammanta di detriti
quel che era macchia e verde
poi
nell’ anaerobiosi del silenzio
si veste a roccia e quarzo
la prolungata morte dell’attesa.

Così precipita l’affetto,
tra i reciproci non detti.
Quindi macera,
diagenesi ostinata,
sigillando i clasti dell’orgoglio
al vecchio legno fatto sasso.

Lì,
impermeabile al cordoglio
si abitua fossile
la foresta silicata
ma è solo pietra
l’obsoleto ricordo della vita.

Critica in semiotica estetica della Poesia “La foresta pietrificata” di Alessandro Izzi

 

La catabasi del verso simbolico dell’Izzi è processo alchemico, dal cosmo al microcosmo dello psichismo umano, che riconduce al grembo della terra e alla mortificazione della nigredo, che reintegra il dolore della scissione nel caos della materia madre. Eppure, il ritorno della vita al mondo inorganico, inalienabile istanza inconscia della quiete originaria allo stato semplice e indifferenziato, è al contempo l’anabasi della via individuationis: la litificazione è il primo passo immemoriale della coscienza.

A ogni taglio sulla pelle

A ogni taglio sulla pelle
tu ritorni
amico silente
e guardi di lontano,
muta accusa,
il nuovo lutto,
quasi a chieder conto
del nuovo peso a nuova pena.
Ed io, vergognoso,
vestiti i panni del commesso,
mi sorprendo alla conta dei dolori
quasi avesse un senso dare prezzi,
quasi avesse un senso
confrontare vecchio e nuovo

per decidere il più caro.
E quasi non mi accorgo 

che pur se andato via,

mai sei stato assente,
che sei nel gesto quotidiano,
nel mio banale inciampo,
o nel sorriso inaspettato
a ripetermi a ogni passo

che il no di oggi
è anche il forse di domani
se solo lascio il filo del tuo andare.
Così rimani cura
nell’addio che si rinnova
e detti luci
e canto
e sogno
al mio bisogno di sospiro.

Critica in semiotica estetica della Poesia “A ogni taglio sulla pelle” di Alessandro Izzi

 

La parola drammatica dell’Izzi infrange il percorso chiuso autogarante dell’io e lacera l’interezza della mancanza costitutiva, insinua l’estraneità nell’intimo, rovescia il soggetto alla dimensione oggettuale, che subisce l’azione che gli è altra. E sebbene sia un’esiliante dimora, eternamente in commiato da se stesso, cerca ancora l’uomo, nel tempo circolare dell’inconscio, il balsamo ai vulneri sintomatici della coscienza, sospiro di senso a questo tendere disatteso.

Il suono delle scavatrici

Il suono delle scavatrici,

è come un russare di città,

un rimosso artigliato,

un lento maquillage d’asfalto

che batte pneumatico

i lampi arancioni

di uniformi catarifrangenti.

 

È ricorrente incubo

d’aduso che prende forma di rotonde

o aiuole ornamentali,

ma che non cancella,

se non all’occhio,

lo squallore quotidiano

in cui si è stati, forse,

più veri tuttavia.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Il suono delle scavatrici” di Alessandro Izzi

 

Ironica e dalla sagacia penetrante, la parola dell’Izzi rappresenta la dialettica umana fra apparenza e verità. L’uomo è aduso alla mendacia, a seppellire l’ombra della parte umana troppo umana nell’inconscio, per un cammino inflattivo verso la luce. Eppure, il suono delle scavatrici è già un nietzscheano latrare di cani selvaggi nel sotterraneo e i lampi delle uniformi sono già ridenti farfalle nella caverna: lo scotoma è breve, presto il rimosso rivendica la luce della coscienza, che mostri il deplorevole squallore del volto, dietro il bistro della maschera.