Angela Maria Miceli

Parola che resta

Parola,

che di verità si spiega

che di senso si carica

di membra si agita

pesante di realtà si piega

al dovere di ricominciare ancora

 

Null’altra scelta

che la cura di un pensiero

in una profondità riscoperta

quella dell’umano, del vero

 

Parola,

di continuità

nelle spire del tempo

alcun timore di perduto appuntamento

di lontana alterità

 

Parola che resta,

parola che vola,

ricorda, reinventa

e nella sua essenza

ritorna e consola.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Parola che resta” di Angela Maria Miceli

 

 La carezza di un viaggio sensoriale ed epistemico, attraverso la dialettica di essere e divenire della parola, apre delicatamente la Miceli. La poetessa sa cogliere nella parola l’apertura della verità e l’intima qualità umana corporea e irriflessa di questa, attraverso il movimento della sinestesia, come anche lo smarrimento della verità della parola, che “si piega / al dovere di cominciare ancora” la ricerca del senso che fonda la validità del sapere, nel valore stesso di “cura di un pensiero”. Il poetare umido e salino dell’autrice mareggia dolcemente il segreto d’infinità possibile, nella parola che sa ricucire ogni distanza e ritrovare il perduto in ogni tempo, fino a toccare il suolo più profondo della “parola che resta”, supporto fra dicibile e ineffabile, di continuità al mondo. È questa la parola salvifica di tutte le arti, che guarisce affanni e dolori dell’uomo con il balsamo della sua essenza sonora archetipica, che gocciola una leggerezza profonda d’infinito: condizione prima e origine del divenire dei significati alla vita.

Andrò a vivere su un fiume

Andrò a vivere su un fiume

ma non conta quando

perché il tempo del fiume non esiste

si mescola e scioglie nel bagno vitale

delle nuove sembianze che assume.

 

Andrò a vivere su un fiume

ma non conta dove,

sopra le rocce di sorgente

dove il primo velo d’acqua si spoglia

e sul fianco un lume distende

 

o dove il dolce del fiume

diventa agrume

e concentra le energie

d'inconsapevole potenza,

riserva prenatale alla sopravvivenza.

 

Andrò a vivere su un fiume

ma non importa come

perché sono già fiume

nell’umido degli occhi d’albume,

in questa naturale e innata direzione...

 

e dal mio fiume

la solitudine celeste

si lascia trascinare fin là

dove il mare è ancora senza colore

e la fantasia lo veste.

Critica in Semiotica Estetica della Poesia “Andrò a vivere su un fiume” di Angela Maria Miceli

 

 Il movimento dondolante e melodico del verso della Miceli affida lentamente l’essere umano alle acque della genesi e dell’eterno ritorno. L’umano è nascente dalla partecipazione ad un grembo elementare universale, coabitato, che custodisce un senso, un valore e un destino comune, entro cui si trova già da sempre ad essere: libera immanenza, che scompone e ricompone la visione della verità. Ogni presentazione linguistica è un volto situazionale della verità e verità medesima, è ricongiunzione di apparenza cosciente e sostanza inconscia, nel movimento eccedente di qualche cosa, che non si esaurisce nel detto e che, incessantemente, torna a proporsi come ancora da dire.

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