Anna Divan

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Still life inside” di Anna Divan

 

Intensità e levità sposa la visione pittorica della Divan, con le dimensioni materica e spirituale. La sinestesia tattile della concentrazione lega alla percezione concreta e all’onirismo profondo dell’inconscio e al contempo la sfumatura dei colori eleva dalla transitorietà della mortificazione materiale alla trascendenza catartica della luce. Il mistero dell’infinità che ingravida la finitudine è nel potere umano di generatività, come propria conquista di vita eterna.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Time Horse” di Anna Divan

 

La ruvida materia pittorica della Divan è la sinestesia sofferta di una pelle umana che rinuncia alla morbida certezza solare dell’individualità, in continuità estesa alla resistenza e all’attrito della scabrosa pelle del mondo, partecipe della nigredo disgregante della morte della coscienza, per una reintegrazione inconscia alla totalità oggettuale. Proprio da questa pulsione altra ed estranea, che nitrisce, non dice, del rimosso, rinasce l’albore di un tempo circolare di senso e d’infinità di possibili, che imbriglia, per un istante, la corsa della futilità lineare depauperante.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera artistica di Anna Divan

 

L’opera artistica della Divan è propriamente un’estensione mediana di continuità fra sé e la materia naturale dell’ambiente, vivendo un ambiente che non è un mero atelier, ma costitutivamente uno studio, letteralmente il luogo che raccoglie la tensione al riuscire zelante dell’impulso plurale dell’inconscio interiore. La tela dell’artista è la ricerca di una risposta all’azione che interpella la materia madre, nel dialogo con l’infinitesimale sensoriale, è il gesto che ascolta il proprio impatto col mondo, prova all’esistere, è il percorso esplorativo della grana molecolare della materia: del “come” inesauribile della qualità e del racconto, che è l’unica identità ontologica riconoscibile di contro alla metafisica logica e scissoria del “cosa” oggettuale, che invece presto esaurisce nella finitudine traditrice di una definizione. Così il tempo rallenta fino a rifluire le asfittiche solidità rapprese del dolore della prigionia della coscienza umana. L’ascolto nella materia grembale dell’eco di sé è la melodia che scioglie, è la risposta del silenzio. Il gesto artistico è la sorpresa meravigliata e meravigliante di metamorfosi degli avventi materici, è il presentire immaginato del prossimo futuro, l’azione gestante della perifrastica attiva “futurus sum”: l’artista torna indietro, alle memorie collettive inconsce, per rinascere. L’arte della Divan è un ineguagliabile dono di terza e di quarta dimensione, di profondità e di tempo, in lenta emersione che distende sulla superficie epidermica del vissuto sinestesico. Il narrato archetipico della pelle dell’artista ritrova finanche la continuità preistorica ai graffiti delle rocce, a testimonianza di un’ontogenesi che ricapitola una filogenesi, a contenere le immagini originarie e metaindividuali dello sviluppo della specie umana, che rinasce in ogni vita singola. Ogni vita così proviene dall’ombra di gestazione della materia ed emerge alla luce dello spirito, percorrendo il cammino individuativo di un difficile processo alchemico, dalla morte della provenienza alla coappartenente e universale naturalità dell’inorganico, attraverso l’igneo athanòr dell’arte, che muove e congiunge gli opposti per la sintesi del senso, a sospingere l’essere all’esistere, alla resurrezione della conoscenza, nel valore di un’unicità

che opera alla presentificazione di una verità universale.