Antonio Larghi

E tu non ci sei

È di nuovo mattino.

Concerti d’uccelli felici aprono i miei occhi a un nuovo giorno

…e tu non ci sei.

Lingue fendenti di sole sbiadiscono nel fumo delle mie sigarette,

mentre i pensieri mi squarciano ancora il cuore e la mente.

Mi siedo e ascolto il silenzio, compagno forzato di troppi momenti:

è un giorno di festa, ma tu non ci sei.

Poi, le voci dei bimbi per strada,

le donne che stendon cantando,

il suono di gaie campane

e una mosca che mi ronza sul naso

mi fanno capir che io vivo e dono la luce ai miei occhi.

Mi appoggio ad un vetro,

lo sguardo nel vuoto, e ritorno bambino,

tracciando disegni con l’alito e un dito,

poi scrivo il tuo nome e mi fermo a guardarlo:

ben presto è svanito…e tu non ci sei.

Un’ape si posa su un fiore nel verde ondulato dal vento,

un merlo annerisce il lampione che, freddo, sovrasta l’asfalto;

la scia di un aereo ora taglia l’azzurro

e un passero vispo saltella tra i sassi,

ma nuvole scure già spengono il sole

e l’ombra ricopre il mio viso di un velo.

Mi volto di scatto, mentre tutto s’accende

e tuoni rombanti mi spaccan la mente.

Quel cielo che prima era azzurro cristallo

la rabbia sua sfoga, ma io non so farlo.

E, mentre la pioggia mitraglia quei tetti,

due gocce di fuoco mi brucian le guance.

Critica in semiotica estetica della Poesia “E tu non ci sei” di Antonio Larghi

 

Il verso cantato del Larghi è propriocettivo dolore all'assenza dell'oggetto d'amore; il transito cieco e veloce della vita rende ogni piccola cosa quotidiana al poeta un prezioso presente. Vasto e animoso è l'appello allo spazio transizionale della rappresentazione, che investe il grembo gestante della natura: è il luogo materno di mediazione configurante, per la catarsi finale della congiunzione degli opposti e del riconoscimento di sé.

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