Barbara Galassi

Migrante

Mi cerco.
In queste impronte lasciate sulla sabbia
che ricordano una spiaggia lontana.
Mi cerco.
In un suono improvviso,
in un odore che mi avvolge,
nella luce di quest’alba
che ricorda un giorno passato.
Mi cerco.
Nelle schegge di vita infilzate nel cuore
che sanguinano ancora.
Mi cerco.
In un ricordo improvviso,
in un abbraccio che mi avvolge,
nella luce di quegli occhi lasciati indietro
che illumina soltanto la memoria.
Mi cerco.
A metà di questo viaggio che non so più continuare
in questa terra che mi contiene ma non mi accoglie
nel silenzio della lingua che non parlerò più
che dà suono soltanto ai ricordi.
Mi cerco.
Ben sapendo che non potrò mai più trovarmi.
Perché la mia terra è lontana e non le appartengo più.
Mi cerco.
Ben sapendo che non potrò mai più raggiungermi.
Perché i fili in me si sono spezzati.
Mi cerco,
anche se il sogno del ritorno si è spento
e restano soltanto scie.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Migrante” di Barbara Galassi

Malinconica, la parola della Galassi avvalora l’intensità vitale del legame della provenienza, fra la continuità inscindibile della sinestesia, che reifica ogni perduto e la recisione irreversibile del mancato dono di riconoscimento rivolto al migrante. L’identità è spezzata dal contenimento che non conosce accoglienza, dall’alterità che nega il chiasmo dello sguardo, l’ipseità ricoeuriana del racconto mutuale.