Chen Chen

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Color in her eyes” di Chen Chen

 

I pastelli accuratissimi del Chen trattengono l’istante nella figura, attraverso la modulazione tonica delle forme, il movimento leggero del segno e la vibrazione emozionale del colore. Il tempo in movimento

è fermato al passaggio dall’infanzia all’adolescenza: il segreto ancóra dell’infanzia negli occhi e serbato alle labbra silenti; l’adolescenza nel movimento di fuga delle dita, già lunghe e sottili, e della veste

che trafuga via il corpo in crescita. L’arte è volo all’artista: fra il blu dell’approfondimento e il rosso

della volontà, è il giallo della scelta, della sorpresa dell’uomo che fa dell’istante la sua preda.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Friends” di Chen Chen

 

I pastelli ineccepibilmente forbiti del Chen sono la perfetta cattura dell’istante di sintesi trasfigurante,

fra i gialli luminosi della coscienza e le ombre latenti e violacee dei contenuti inconsci, nell’affascinante sovrapposizione, emotiva e tonica, dei sentimenti, dialettici e alternati, di sgomento e di leggerezza,

che sempre il processo di riconoscimento apporta da una soglia di estraneità ad un ambiente di familiarità

e amichevolezza, insieme alla minaccia costitutiva della perdita. Alata e fragile la coscienza insuffla

il pensiero, etereo, elusivo, sole- helios di palloncino che sfugge al desiderio di afferramento delle mani

e al filo del narrato e, unico, lascia ai sensi il piacere inconcepibile della meraviglia,

radice prima dell’amore per la vita.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “La speranza, la salvezza” di Chen Chen

 

Il filo sottile della linea grafica del Chen è continuità, che lega le forme sboccianti della vita.

Il potere regale dell’uomo è la generatività, iniziazione di sé, come propria conquista di rinascita alla vita eterna del senso e della verità. La filiazione è rituale di ricerca dell’evento, che diviene la significazione:

il sé si ricongiunge al mondo delle ombre, prima che fossero platonicamente scisse dalla luce e sulla soglia, fra inconscio e coscienza, affida la propria parola all’infante, nuova verità e nuova nascita di desiderio.

Il nuovo nato è declinazione del suono della vita, che rinasce dal silenzio nel nome, a rituale di affrancamento dalla morte. A partire da un presente, rampollante inesauribilità a venire, muore il significante identitario e il senso è celebrato dalle labbra in boccio, che pongono in salvo eternamente la vita.

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