Claudio Limiti

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Taglio di luce” di Claudio Limiti

 

Lo sguardo fotografico del Limiti è profondo e penetrante, è il gesto dell’ascolto del proprio impatto col mondo, prova all’esistere: è interrogazione della materia, fra luce ed ombra, del “come” qualitativo, come unica identità riconoscibile dall’anonimia oggettuale del “cosa”. Nell’affondo che soppesa, in sinestesia,

la resistenza materica sulla propria risposta tonica è la ricerca di accesso alla conoscenza.

La luce emerge all’artista nella sua funzione bivalente e lacerante di dono generoso e di dolorosa sottrazione, gettato costante dell’essere, fra definizione e indefinito, per la provocazione al movimento

e al desiderio dell’oltre di sé, nell’altro.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Scie” di Claudio Limiti

 

Le sinestesie liquide e tattili della fotografia del Limiti sospingono, dalle sospensioni extratemporali dell’ontogenesi, nell’imbibizione al grembo materno, sino all’immemoriale collettivo delle fasi cosmiche dell’aggregazione dell’energia in materia. La domanda di sé, di un essere in fieri, è in ogni singolo istante accorsa da una risposta di rispecchiamento: le modulazioni materne del tono muscolare arrivano in carezze, in onde di pressione amniotica, prime ancestrali note, risuonanti i movimenti del gesto emotivo.

L’artista raccoglie la primigenia propriocezione alle impressioni sulla pelle: macchie e scie lanciate

in un chiaroscuro di luci, tensioni e distensioni del tono muscolare, ove l’essere null’altro chiede all’ambiente che la risposta infinita di sé.

Claudio Limiti, Emergence

Critica in semiotica estetica delle Opere di Claudio Limiti

 

Le cosmogonie fotografiche del Limiti sono pregnanti domande aperte sulla materia del mondo, fra luce ed ombra. L’artista condensa una profonda voglia di meravigliare e meravigliarsi, di vedere oltre, pur restando lo sguardo aggrappato all’immanenza materica e sensoriale, a cercare il paradigma, che sconvolge la visione cieca dell’abitudine e desta un nuovo principio di sé e delle cose. L’apertura del diaframma, la lunghezza dell’esposizione, la ricerca della trasparenza, la riflessione della luce e la messa a fuoco della qualità materica sono i gesti franchi dell’artista, che non accetta le menzogne della postproduzione. Il Limiti indaga la soglia della verità, in modo tutto umano, fra una puntuale concretezza e un naturale astrattismo, quale momento secondo  e trascendentale nel movimento ciclico di un’etica della visione, che fra ombra e luce, fra l’inconscia perfezione della sfera e l’affilata e dolorosa coscienza della lama, distilla il senso, nel morbido effetto di luce. La configurazione archetipica segue la dinamica del desiderio, dal concentrico profondo all’evasione sconfinante dell’immaginazione, ove l’ontogenesi è indissolubilmente legata alla nascita del cosmo: il segreto dell’infinitesimale, liberato dall’artista, attraverso la sinestesia tattile dei sensi, diventa infinito. La provocazione delle paradossali configurazioni microplanetarie del Limiti si rivolge al fruitore, in tutta coscienza che l’usbergo della verità è la sua gadameriana storicizzazione: il gesto di accoglienza intima nell’opera del movimento della visione dell’altro. L’artista offre un presente fuori del tempo, che sia contemporaneo ad ogni presente, perché l’uomo superi la referenza letterale e liberi la potenza della referenza seconda, che dice il legame ontologico del nostro essere al tutto. L’arte del Limiti è decontestualizzazione all’occhio della materia, per una nuova e libera trasmutazione in forma, per la richiesta di una contestualizzazione rifigurativa: per il lancio di un nuovo gioco personale e universale della verità.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Harmony of Spheres” di Claudio Limiti

 

Il microcosmo dell’impressione fotografica del Limiti raccoglie e armonizza molteplici luoghi, tempi

e intensità, intersecando stabilità e movimento, essere e divenire. La sensibilità dell’artista disvela la natura oscillante del vivente, pendolo fra assenza che rimanda e presenza musicale dell’immemoriale e irriflesso luogo di origine, supporto dell’esistere in movimento. La vita eterna accade in figure ripetute, divenienti

e progressive dell’apparire, in variazioni infinite. L’evento della ripetizione è ritmo, ritorno dell’uno

nel due, istante sempre secondo a ripetere l’essere, ordinando, fra retroflessione e anteflessione delle forme prospettiche. Il presente è segno d’attesa, kìnesis di un eterno ritorno, mai compiuto, a cullare un luogo

che li contenga tutti, ove nulla, seppure in figura sempre altra a se stesso, possa davvero essere smarrito.

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