Daniele D'Ignazi

M'illude l'attimo

Quando fermo è il pensiero mio alla fonda,

chiglia arresa dinanzi alla radura,

e sullo scioglier di vele matura

l’ombra del giorno nel tempo che affonda,

 

ad un transito di sagome d’uomo

sul molo distante l’occhio mio poso,

ma presto un volo che narrar non oso

mi ruba lo sguardo, un transito indomo.

 

Mi unisco al volo sui picchi eternali

e in quell’istante che sfugge alla briglia

i mesti profili dal passo greve

 

lascio ai loro mali del tempo breve,

e ho pena per chi ora non mi somiglia:

qui, m’illude l’attimo d’avere ali.

Critica in semiotica estetica della Poesia “M’illude l’attimo” di Daniele D’Ignazi

 

La poesia del D’Ignazi vagheggia e profondamente trova, in figura aperta e in sinestesia, in sospensione, il tempo del ritorno, dal mare dell’inconscio alla “radura” del cosciente, il luogo ove si coglie il frutto della sintesi di opposti, di “ombra” e di “giorno”, ancora prima e fuori del tempo lineare, nel tempo della profondità, del senso. Ed è il “transito” il luogo del divenire dell’essere offerto dal poeta, fra la creazione della poiesis e lo smarrimento dell’ekstasis, dimensione indefinibile, dalla figuralità indomita, che nella rapidità solleva dalla mestizia e dal peso, nel frullo d’ali, nel gioco vitale immaginifico, dilatando l’attimo all’eterno.

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