Daria Castelli

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Una visita inattesa” di Daria Castelli

 

L’atmosfera pittorica della Castelli è elegante, arcaica, onirica e di denso mistero immaginativo che irrompe, che aggetta impensato sulla rappresentazione della vita a monito d’interrogazione, di scoperta

e di verità. La luce dell’artista è tattile, materica, presente, a scuotere il sipario dell’ombra alle sue radici,

a sospendere nella domanda il divenire temporale ed il respiro che chiede, alla sinestesia dei sensi

e al presentimento, la fragile e augurale visione gestante dell’identità a venire.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Estasi” di Daria Castelli

 

I brumosi e riarsi ambienti pittorici della Castelli invocano rituali simbolici di presentificazioni oniriche. Nell’ampiezza dello spazio, privo di limitazioni, dal molteplice sensibile della notte nascono liberi movimenti emotivi, trascritti nella poiesis di una creazione segnica archetipica, lungo tracce ascendenti,

in volteggio, in vortice, che alimentano, in crescendo di energia, una sensazione di onnipotenza.

Velocità, vertigine e meraviglia sospingono all’enfasi, all’ebbrezza, sino all’apoteosi dell’ekstasis sensoriale, alla dimensione dionisiaca inconscia, al nitrito della catarsi, sorretto dal volo feniceo immaginifico. Il primario investimento psico-affettivo dell’intorno apre il processo di infinitizzazione

del sé, sino alla perdita del mondo nella sua qualità oggettuale e antitetica, per un’istantanea intensa perdita di sé, nel superamento dei propri confini. È il gioco che rende la donna fanciulla di se stessa, a ricrearsi.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Eden” di Daria Castelli

 

Fra il lapideo e l’etereo, l’onirica apparizione della Castelli, cariatide fra le colonne, è movimento assiale fra terra e cielo che al culmine sospinge, nel seducente invito alla superbia della verità. È la hybris del volo della conoscenza oggettuale diretta, al di là dell’antitetica dicotomia di bene e di male e senza rimando segnico di un’Eva-Ecate tentatrice nel giardino terrestre, già della vaghezza errante dell’errore di superamento dei limiti naturali dell’umano, per identificazione alla deità.

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