Donato Musto

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Le tre Grazie” di Donato Musto

 

La pittorica statuaria del Musto esprime il rapporto dell’artista con la bellezza, nel profondo vissuto,

di ricerca e al contempo di distacco, che l’idealizzazione crea. Non è concesso all’artista lo sguardo della bellezza vera, che casta fugge nel rimando, che getta insania, lontana dalla caducità dell’apparenza

e dal divenire temporale, che è luogo inconscio e temibile. Le opposte funzioni, di dispensazione di grazia benefica e di fatale vaticinio, si congiungono, a presiedere al desiderio di vita, quanto al destino inesorabile dell’uomo a vanire, nell’atto estremo di ricongiungimento alla bellezza.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Giovanni” di Donato Musto

 

L’umbratile simbolismo del Musto omaggia il prodromo profeta in qualità di segno che precorre la verità, che messaggero ne preannuncia la rivelazione al grido di una voce nel deserto, che muore della sua stessa parola. Eppure, la parola muore e rinasce: è porta solstiziale aperta dal visibile all’invisibile per gli uomini, preghiera di auspicio della luce. La morte crisalidea dello sguardo cosciente rivela il segreto universale della trasformazione, dell’azione che libera oltre la forma del sacrificio di decollazione, in aperto transito di resurrezione al divino essere.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “La bellezza salverà il mondo” di Donato Musto

 

L’elevato simbolismo dell’acquaforte del Musto esorta ad un’ontogenesi che, ricapitolando le fasi dello sviluppo filogenetico, chiama la specie umana allo stadio di evoluzione spirituale superiore del volo d’uccello. Il mondo dell’aria è il luogo della coscienza divina e il viaggio dell’arte. L’artista è il Dedalo iniziato, che esorcizza la morte labirintica dell’inconscio e vince la visione superna, il volo del desiderio sapienziale, per la rinascita universale dell’uovo cosmico, nella nuova visione di sé e del mondo.