Emanuela de Franceschi

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Un incedere apollineo” di Emanuela de Franceschi

 

La sinestesia musicale dell’opera “Un incedere apollineo” della de Franceschi sospinge ad eco attraverso un poietico ed estatico viaggio, dal descensus alla nappe de sans brut emozionale del continuum dionisiaco, all’incarnazione della forza nel tono muscolare, alla sublimazione apollinea dell’eleganza di un incedere eretto ed elargitivo, d’individuazione e di affermazione dell’essere in forma fenomenica e razionale. Il movimento cromatico solleva dai rossi, dell’energia primaria ed indirezionata, quale dimensione propriocettiva del possibile, ai gialli, della scelta e del riverbero esteriore generoso: dall’essere all’esistere espressivo. La sapienza estetica della de Franceschi ricorda che la ripetizione dai primordi è la formula rituale della soglia e del passaggio dal luogo animale all’umano: la ripetizione è linguaggio, fondante il cosmo dal caos.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Declinando l’arancio” di Emanuela de Franceschi

 

Le dinamiche frammentazioni figurali della de Franceschi sono espressione dell’archetipica lacerazione umana con l’origine, che il mito dei frammenti dello specchio di Dioniso racconta. Il Dioniso fanciullo

si specchia e resta abbagliato, lo specchio va in frantumi, eppure ogni frammento dello specchio nella sua parzialità rimanda all’unità della visione originaria, forma la verità da un particolare punto di vista:

è il rosso della volontà e il verde del direzionamento, che declinano l’arancio del ritrovamento di sé, fino all’oro sapienziale. Lo specchio vitreo è simbolo dell’unica forma umana di conoscenza. Allora Dioniso

è Apollo: Dioniso è vita irriflessa ed Apollo è la forma in movimento inarrestabile, che la vita esprime. L’uomo acquisisce il sapere scandendo il ritmo della ripetizione dell’origine nella forma, nell’espressione mimetica, nel mascheramento. Unica verità è forma in movimento.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “50 sfumature di bonzo” di Emanuela de Franceschi

 

Classicismo e contemporaneità intreccia l’arte armonica della de Franceschi in cinestesiche forme archetipiche in tensione all’origine immemoriale della vita. L’azione figurale è ripetizione e creazione in supplenza dell’assente, è l’eco di sé, attesa di risposta nel silenzio. Il gesto è insieme differente e stesso, nell’ascolto delle sorprese meravigliate della metamorfosi e delle corrispondenze degli avventi materici.

È un gioco cosmogonico dell’uomo che torna indietro, all’inconscio, per rinascere. La ripetizione supplisce all’impossibile infinità: è arte di vivere. Tutto ciò che c’è ha un carattere analogico, in eterno ritorno:

la forma è sempre maschera. Il nome è il passaggio dalla anonima vita vivente, alla maschera sociale.

La figurazione è luogo di transito e la forma è segno, occasione, movimento, desiderio, presentimento, invocazione dell’evento primordiale indeclinabile, al volto dell’origine.

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