Enzo Crispino

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Il velo dell’anima” di Enzo Crispino

 

Le luci e le ombre fotografiche del Crispino riflettono e assorbono, mediando il respiro, conducendo dalla superficie a paesaggi emotivi profondi, dallo schopenhaueriano Velo di Maya della rappresentazione ingannatrice, proprio e quotidiano al pensiero segnico e mascherante della cultura occidentale, alla celata volontà prima, all’archetipica intuizione dell’azione del corpo continuo, alla memoria inconscia che più di ogni altro l’infanzia serba del rimando, del senso dell’uomo: del volto della verità, dietro la maschera, che tutto solve oltre la morte.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Ero un uomo...” di Enzo Crispino

 

La fotografia chiaroscurale, essenziale e plastica del Crispino solleva il movimento sinestesico dei sensi dalla staticità ferita dello scatto: l’immagine allora è audibile nel suo silenzio, tattile nella scabrosità dolorosa della morsa del gelo. È una dinamogenia ove l’effort, la forza della volontà cosciente del Main de Biran, è il piede puntellato sul terreno di una fenomenologia del contro. Volo ergo sum, voglio dunque sono: la veglia dell’essere umano nasce nel contro- essere alle cose, nel superamento delle avversità,

in qualità di Atlante che solleva il peso esistenziale al senso.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “L’Amore violato” di Enzo Crispino

 

Lo sguardo fotografico del Crispino racchiude l’immagine del mondo al di qua delle palpebre, ancora umida degli abissi della commozione, a gestare dall’eburnea ostrica schiusa della mano, la perla dell’amore, che splendente si crea, attorno ad un grano sabbioso di dolore. L’Amore è la nascente meraviglia della sorpresa familiare del dono, il modo silenzioso di sorgere il sole ogni giorno: l’essere prevertiano, che vince la forza smodata e violante del divenire.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “La parte mancante…” di Enzo Crispino

 

Il lucore fotografico del Crispino è istante della presa di coscienza dello sguardo, che proietta al luogo del giorno che sorge, che non può più nascondere la perdita e il dolore. La compostezza del silenzio, ingombrante e materico, dilata il tempo immobile, che fragile l’uomo appende transitorio, nel vuoto oscillante fra presenza e assenza, e destinato al sacrificio, tempo i cui istanti solo può sgranare la preghiera, che congiunge, perché nulla sia perduto.

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