Fabiano Braccini

Il fascino discreto dei silenzi

All’ansa del sentiero,

dove inizia lo sbalzo dei gradini,

ci accolgono uniformi pennellate 

       di povere case

              allineate a schiera

              (barriera estrema all’assalto del bosco)             

coi muri intrisi di muffe e umidità,

ingrigite dal fumo e dall’incuria

e senza fiori sopra il davanzale.

                                                     

Ciò che via via compare

è un susseguirsi di tetti sporgenti

con grondaie contorte e arrugginite

       dalle piogge

                         e dalla furia dei venti.

Anguste finestre di malinconia

s’affacciano su viottoli sconnessi

col muschio abbarbicato ad ogni pietra

e cumuli di foglie imputridite.

 

È un borgo di montagna,

ormai quasi da tutti abbandonato,

   dove solo pochi vecchi ostinati    

       stanno aggrappati

           all’intimo sapore

            che gli anni hanno impastato             

col tepore dei fuochi nel camino

e il fascino discreto dei silenzi:

nell’arcano destino della vita.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Il fascino discreto dei silenzi” di Fabiano Braccini

 

La tela poetica del Braccini, in una profonda semplicità, apre l’apparenza ad una sapiente fenomenologia semantica. Dopo anni dimentichi in luoghi di fragore e luce, la vecchiaia “di malinconia” ritorna il cammino alla provenienza inconscia, “all’assalto del bosco”, “all’ansa del sentiero”, alla curvatura che il cerchio chiude, dentro “povere case”, “contorte e arrugginite”: è spoglia dell’avere perché essente, incurante dell’apparire per guadagno dell’essere.

Saggio è solo colui che assaggia, sapiente è invece chi assapora “l’intimo sapore” delle cose al senso, al valore, per tornare al silenzio come all’essere che precede la scelta parziale, traditrice, rinunziante della parola,

a cui la parola, per necessità, torna.

Sentiero di lucciole e luna

Di fiori chiusi nel talamo dei prati

è questa notte:

di grilli il canto, orme di lepri.

Le stelle lontane

e l’algido pallore della luna

nel silenzio mi orienteranno.

 

(Sarò da te prima che nasca il sole,

con l’erba ai piedi fresca della brina)

 

Nel mistero del buio

- fiammelle di lucciole, sguardi di gufo -

ti cercherò con pazienza infinita.

Non troverò né impronte, né rumori

e nemmeno scie labili di odori:

la tua essenza soltanto mi sarà di guida.

 

(Seguirò l’ondeggiare dei capelli

e il respiro nell’ansia della corsa)

 

Il profilo dei fianchi

e il petto pieno

sfiorano appena steli, rami e fronde,

ma segnano precise le tracce di un sentiero.

Esausta ti fermerai forse tra poco

rapita dall’incanto e dal riposo.

 

(Desiderio, attesa, pausa del tempo:

il tuo muover di ciglia lieve suono)

 

Quando l’alba svelerà adagio

il suo chiarore,

resterò con te negli occhi e nelle labbra.

Anelito di vita,

nostalgia struggente,

amore mai raggiunto che mi sfuggi ancora.

 

(Seducente magia, attimo che vola:

un’emozione vaga, un soffio… un niente!)

Critica in semiotica estetica della Poesia “Sentiero di lucciole e luna” di Fabiano Braccini

 

Quasi un quadro impressionista la poesia del Braccini, in brevi, delicate parole, in toccata e fuga, subitanei riconoscimenti sfumati dall’emozione. Fra il perdersi e il trovarsi, di buio e di luce, d’essenza e di sensi, fino a “l’ondeggiare dei capelli”, una dinamica spaziale di percezione inconscia e archetipica, movimento emozionale melodico fondante il desiderio, prima costituzione di senso, fino a “il respiro nell’ansia della corsa” come soglia di un animismo che diffonde l’uomo alla natura. Nella sinestesia tattile del poeta si sfiora la condizione umana di vacuità, di anelito e di attesa e differimento dell’amore, che si apre, infinito ed ineffabile, da una “nostalgia struggente”.

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