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Francesco Ferrara

Pire di canti

Cimento di insetti su legni e tra barre,

clangore di luce alla pianura

tormenta ridesta cicatrici di terra,

pallide linee antichi presagi.

Scava solco tra nodi di quercia

il frinire di sterpi (allunaggio d’inverno),

treno che corre veloce

squassa nitore di erba.

 

Trafelato giunge tarassaco spiro

come all’altana il grido,

brandelli di sole giacciono spogli

segnati da esile strale.

Firmamento di sale difende la volta

d’arenaria e di malta,

arrocco d’estate si immola sicuro

nostalgia di grilli, pire di canti.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Pire di canti” di Francesco Ferrara

 

Eletta e rituale, la parola del Ferrara è latrice della morte dell’estate, che in sacrificio eternante s’immola sul rogo funerario per l’inverno. L’eroica prova del trapasso è opera alchemica, è il cimento per saggiarne in purezza il senso, il valore, a purificare il dolore del ritorno, a trasmutare la materia dei giorni in aureo canto della stagione imperituro.

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