Franco Pastore

ATTENDENDO PRIMAVERA

Μέλλησις του ἔαρος,

Un’angoscia, trasparente come il timore,

mi strappa via come un filo d’erba

nella pioggia d’inverno.

 

Rimpiango l’incoscienza

della forza antica, senza lo sgomento

che s’accumula nella barca delle mani.

Come se avessi perso tutto,

mi sorprendo a fissare il nulla.

 

Le nostre radici son salvate qui,

in questa debole carne,

nella penombra del tempo,

che nulla concede dell’eternità.

 

Sotto un cielo che nasconde il sole,

non odo parole senza colore,

ma la voce del mare

che respira non lontano,

oltre le case della mia contrada.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Attendendo primavera” di Franco Pastore

 

La parola lenta e profonda del Pastore apre un movimento simbolico, che trova l’uomo alla natura, battuto dalle emozioni, come dalle forze elementari e figura il transito del vivere della sostanza stessa dell’attesa.

Al poeta l’uomo è finitudine di un corpo sensoriale e odisseico viaggio di conoscenza, fra la forza dell’inconscio

e il dolore della coscienza, tra la tensione di desiderio e l’angoscia della perdita,

fra attaccamento al familiare e il rinnovato richiamo dell’estraneo.

Non vi sono parole

Δεν υπάρχουν λόγια

Non vi sono parole!

Vedo fantasmi sparuti 

con negli occhi un grido taciuto. 

Vedo onde che tremolano,

guizzi improvvisi che saltano

danze di palpiti amari.

Ecco, ora alita il vento

e l’acqua si muove e sospira,

sotto un arco d’argento.

Non vi sono parole!

Solo pensiero che straripa

e fugge dalle colline,

in cerca della vita.

Non vi sono parole!

solo silenzio

che corre nel golfo,

come se non vi fossero case,

ma solo tempo che scappa

e sconvolge, e travolge.

Non vi sono parole!

Critica in semiotica estetica della Poesia “Non vi sono parole” di Franco Pastore

 

Il verso ritornante del Pastore segue il rituale che trattiene, ancora un istante nel suono, la prospettiva inesorabile di fuga dell’essere. Un essere che abbandona l’esigua finitudine abitativa del significante: le parole, le case, gli occhi, i palpiti, le colline, restano vuoti e risuonanti della sinestesia di ciò che non è già più contenuto, ma riversato nell’oltre di vita, al silenzio, al senso, al respiro eterno del mare.