Gabriele Colosimo

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Lontani” di Gabriele Colosimo

 

L’onirismo degli oli del Colosimo apre scenari di solitudine e di deprivazione, ove l’uomo, prossimo alle ore notturne, è lontano dal mezzogiorno della coscienza ed esiliato alla condizione segnica e umbratile di lacerazione, di mancanza e d’inguaribile malinconia, condannato al costitutivo squilibrio dall’essere, alla distanza incolmabile dalle costruzioni solide del significato universale e necessario della società civile. L’istituzione del significato stesso provoca l’attesa della separazione originaria (Ur-teil) e del misconoscimento di sé.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Migrazioni” di Gabriele Colosimo

 

Gli oli desolati del Colosimo sono individuazione della parvenza segnica in un mero ritmo, spogliato della sua valenza rituale di eterno ritorno in ripetizione analogica di un’origine, che sempre fonda l’umana esigenza cosmogonica comunitaria e culturale, poiché la migrazione è un meare senza ritorno, un sentimento di lacerazione dalla coscienza di sole lasciato alle spalle, un movimento coatto all’ignoto, che sradica dalla vitale terra materna. È depauperazione identitaria l’assenza del dono di riconoscimento dell’alterità. È un’esperienza che preclude, con l’essere della continuità ad un’origine, il senso stesso dell’esistenza: tutto ancora in vuoto da dipingere.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Racconti della pandemia - il giorno dopo” di Gabriele Colosimo

 

Il minimalismo segnico del Colosimo inversamente accresce il senso di dolore e di prigionia universale. Anche la natura è partecipe del rovesciamento della luce in ombra e dell’ombra in luce, poiché l’unica speranza di vita condensa e rinsalda nell’inconscio dell’uomo, all’immaginazione e alla speranza di una circostanza in transito, di un tracciato attraversamento della via esistenziale, che attende, alla fine dell’eclissi, una nuova rivelazione di sole, una nuova nascita di coscienza.