Gabriella Paci

Cosa resta di una storia d'amore che ha perduto l'amore?

Calipso: - Infelice, non starmi più a piangere qui, non sciuparti
la vita: ormai di cuore ti lascio partire. -

 

Restano conficcate parole nella gola

che dure ricavano spigoli d’ombra

e chiudono al vento l’abbraccio con

il cielo. L’imperativo del dolore taglia

l’orizzonte, lascia l’illusione dello spazio

e diventa linea di confine che si staglia

oltre l’albero segato storto, nell’ultima

beffa del taglio. Misura degli occhi è

il cader frale delle foglie che fingono

il volo mentre perdono il ramo e sanno

della discesa senza ritorno.

 

Ma accade che la storia suggerisca

la lusinga che cura nella culla del

ricordo e torni al tempo del rifugio

e della gemma scaldata dal coraggio

del raggio nascente.  Sillaberà allora

ancora l’amore come astro di luce

che ha attraversato il vivere

e lo ha accompagnato nel sogno di Calipso.

 

Resterà forse allora il profumo del

bosco degli incanti nel disinganno di foglie morte.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Cosa resta di una storia d'amore che ha perduto l'amore?” di Gabriella Paci

 

Maieutica, la parola della Paci esorta alla valorizzazione del sentimento d’amore, che vive fra le braccia del riconoscimento mutuale e dissuade dalla sinestesia cieca, che reifica il sogno di un’infinità perduta, al prezzo della solitudine, dell’unidirezionalità del sentimento illuso di una gioia a morire e ricacciato nell’ombra. È dolore e disillusione la cupa passione di Calipso, letteralmente di colei che nasconde. La verità dell’amore radica nell’inconscio quanto germoglia alla luce cosciente.