Gianni Depaoli

Gianni Depaoli, La morte di Cecilia.jpg

Critica in semiotica estetica dell’Opera “La morte di Cecilia” di Gianni Depaoli

 

L’inchiostro adamantino del Depaoli erge il segno stesso della vita, sposando perfezione e finitudine, poiché caduta e compimento abitano il medesimo istante fatale. La durezza dell’intaglio non è scissa dal tremito della fragilità caduca, in un abbraccio oppositivo e sintetico di fissità e di movimento. Il trittico plurilingue mesce la fibra e la pelle, cita il Manzoni di Cecilia ad eco del lirismo Virgiliano dell’Eurialo, ove la brutalità della morte recidente redime nella gentilezza sublime del declino floreale. Essere per la morte è l’ineluttabile nigredo sacrificale dell’uomo, che eleva alla realizzazione di conoscenza.