Giovanni Vescio

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Senza titolo numero 2” di Giovanni Vescio

 

La pittura del Vescio abita i luoghi primari del possibile in attesa: in attesa di amore per la nascita. Solo un luogo affettivo nasce all’identità e non c’è possibilità di essere e scelta senza la sua carezza individuativa sulla pelle, confine sicuro, che insieme accoglie e forma l’esistere. Il dondolante si spezza in una carezza negata e il respiro dell’amore segna e detta la necessità del ricevere per la capacità di dare.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Incanto” di Giovanni Vescio

 

Una potente sintesi dei poli oppositivi, di vita e di morte, è l’opera del Vescio. L’atto d’amore è rinuncia e morte dell’identità significante, della forma in apparenza della persona, per l’abbraccio aperto all’alterità, come proprio essere. Il dolore stesso della perdita di sé è potenza fecondatrice di filiazione, connessa al desiderio umano di vita eterna. La morte è esorcizzata dall’artista nel rituale dell’averla in ascolto e in luogo di passaggio trasformativo, per il dono di generatività, che l’invisibile della verità del senso volge in nuovo fenomeno significante ed eternante stirpe di vita.

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