Giuliano Cappuzzo

tremori d’aprile

incerti i tremori dell’aprile
sotto il ventre tiepido
del riccio vagabondo
da questa parte è il sole
è un elicottero, attimo scolpito
da lamine sottili
nella sete spessa
dei fiori che mutano
per prati che son torrenti
colgo un fuscello una ragione
a quest’insolito azzurro
che mi sfugge tra le dita
come un’ape irrequieta
poso le mie ali
sui petali più alti
colgo per immagini
dominatrici e complete
il durare del lungo giorno
con ogni mia forza
occupo l’orizzonte
e mi scopro prigioniero
in ogni albero che sogna
in ogni solco su ogni vetta
ascolto i tuoi aneliti
vivendo anch’io

Critica in semiotica estetica della Poesia “tremori d’aprile” di Giuliano Cappuzzo

 

Simbolica e ininterrotta, la parola del Cappuzzo, dall’istante veglio e scisso della coscienza che frammenta la visione, coglie la continuità, a vedere oltre l’illusione, al respiro d’azzurro, all’anima del mondo, che anela, che letteralmente soffia su ogni cosa il divino. Il poeta occupa l’orizzonte, diviene il cerchio estremo e terminale, in nuova cosmogonia: è l’unità del molteplice, che ricongiunge attivamente gli opposti, all’eterna rinascita di uomo e di natura.