Guido De Paolis

L'ultima finestra

Giù, nel borgo antico del mio paese

dove la nebbia profuma di camino

e appaiono soffuse le finestre accese,

d’incanto mi ritrovo immerso

in un mondo che credevo di aver perso.

 

Muri vecchi, case antiche

che trasudano di indicibili fatiche,

e dentro le massaie che aspettano il marito

per ripeter della cena il sacro rito.

 

È quasi ora.

L’ingiallita luce del lampione

dà volto al mulo affaticato

che con i suoi ferri suona sul selciato

e il contadino curvo su di esso

la stanchezza di una vita porta addosso.

 

È ora.

La campana di San Biagio

scandisce le ore lente

strappate dal passato e portate nel presente,

ognun s’avvale del suo dolce suono

anche per andar da Dio, a chiedere perdono.

 

È passata l’ora.

S’è fatto tardi, e l’idea del distacco mi genera tormento.

Nulla s’ode più, a parte il vento.

I piedi vanno ma il cuore resta

fino a quando non s’è spenta l’ultima finestra.

Critica in semiotica estetica della Poesia “L'ultima finestra” di Guido De Paolis

 

Lenta, rimata e ritornante, la parola del De Paolis chiede all’antico borgo un munito asilo dai saccheggi del tempo lineare e inscena il rituale quotidiano, che chiama alla presenza il senso. È il tempo circolare della vita agreste, che vince la vacuità della perdita, il tempo legato dalla continuità di senso nei gesti di fatica, che trascendono la forza nella fede, nei segni di sacrificio, a fare il sacro per l’oggetto di vita eterna. Così speranza è l’uomo, finestra di luce che resta, virtù che proviene e che guarda a una divina verità ideale.

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