Luca Benatti

Ch'io possa ancor intravedere l'alba

Ho perso la voglia di rimanere in piedi,

cieche memorie

si intarsiano di parole.

Ingabbiati orli succinti

sono ombre di velate offese,

ho perso liete parole

che verdeggiavano su crinali d’alba

portandomi tramonti incantati.

Che d’io possa ancor

intravedere i tuoi occhi

in questi angusti angoli oscuri

nei tessuti portati a bocca,

nelle tetre dimore del tuo io

or portami luce

abbandona quell’oscura vanità

e inonda di pieno sole

gli angoli oscuri della mia mente.

Ch’io possa graziar le tue membra

al color fugace,

di te che porgi la mia velata tristezza;

ho arso tra pieghe infauste

di questo inquieto mio vagare.

Regna mia soave scrivente

tu, si tu, ancora tu,

a infliggere questo mio tormento

solchi di muri divisori

che porgano le tue assenze.

No! No, che esso sia

la fine del mio canto

nelle tue mani.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Ch'io possa ancor intravedere l'alba” di Luca Benatti

 

Rivolta e straziata, la parola del Benatti mostra tutta la tensione dell’uomo al desiderio, che è sofferenza e separazione e rimando ineludibile. Alba, occhi, luogo d’amore e luogo divino sono la proiezione inesausta e al contempo disperata dell’io, ove la volontà non solo si vela della rappresentazione, ma cieca si cela dietro un sipario fisico nel segno di un dolore universale, lo stesso che riconosce il senso della parola nello spazio del dono, nel movimento volto al ricetto dell’altro.