Marella Nappi

Di un cielo che è altrove

È l’ora del sonno docile e immaturo,

quando la sera disperde i bagliori

e congeda silente gli affanni

senza spasmi, senza timori.

 

È l’ora in cui il cielo è un rifugio,

un velo cinereo dove insabbiare lo sguardo

carezza languida per logorare

un tempo ancorato all’assenza.

 

Potrai percepire la mia ombra sfuggente,

luce vibrante di un astro in caduta libera

che vomita singulti d’illusione.

Parole che ascoltano ancor prima di dirsi

appena più abbozzate della bruma notturna.

 

Partirò, senza memoria né volontà,

senza chieder nulla all’oblio degli occhi altrui

quasi a simulare un ottimismo

che non ha pena né pace

quasi un’attesa che si dimentica da sé.

Partirò. Domani.

Dovunque, ma altrove.

Saranno polline e salsedine di una vita ancora indenne.

Dovunque ma altrove.

Come l’eco di un pianto smarrito.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Di un cielo che è altrove” di Marella Nappi

 

La poesia della Nappi invita ad uno stato di rêverie cosmica, in equilibrio fra il sonno e la veglia, per una fenomenologia dell’immaginazione creatrice fra sé e mondo. Nell’abbandono alla rêverie, l’io non si oppone più al mondo, il cielo dell’essere raccoglie e fonde gli opposti e il tempo è sospeso, non rimanda più inarrestabile il segno all’oggetto significato in assenza. Una Übertragung (traslazione) porta al di là del nome, indietro, nell’oltre di sé: il presente si dilata e l’io si apre in anonimia plurale alle cose, senza più riconoscimento dell’altro. Ma la sostanza del soggetto è una mancanza, attraverso un varco per un altrove.

Il rituale iniziatico della poetessa cerca il passaggio dalla vita anonima dell’evento originario di continuità al mondo, nel preverbale e per il senso, sale della vita, alla volta del rinominare ed essere rinominata,

eco di una nostalgia, nell’umana dimensione eccentrica dell’altrove, che dà luogo in relazione, per un ancora nuovo di sé.

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