Margherita Rosito

Critica in semiotica estetica dell’Opera “la Rosa mistica” di Margherita Rosito

 

La “candida rosa” empirea della Rosito figura il passaggio iniziatico all’amore, che sospinge l’amante,

in elevazione, all’unione mistica al tutto. La dantesca “milizia santa” dell’artista è vittoria del dualismo terreno e ricongiunzione degli opposti nell’uno. L’acqua dell’inconscio, la luce della coscienza, il sangue del sacrificio e della volontà, colori primari, si fondono nella sintesi individuativa, che conduce al sapere.

I draghi, simboli di metamorfosi e rivelazione, sono i guardiani dell’ingresso ultimo alla conoscenza,

che finalmente unisce la ferita, a noi uomini insanabile, fra oggetto e soggetto.

Margherita Rosito, Don Chisciotte e la bella Italia

Critica in semiotica estetica delle Opere di Margherita Rosito

 

Tra mythos e storia si colloca il luogo artistico della Rosito: da un lato il segno grafico è incisivo e duro, definisce, delimita perimetralmente l’identità figurale, a rimarcare la rigidità e la fragilità della condizione di finitudine dell’uomo nella storia; dall’altro lato il cromatismo emotivo si apre in tutta la sua elementare potenza ignea, ad eccedere la figura,

a spingerla nella sua stessa costitutiva istanza all’origine archetipica e immemoriale, nella cinesi della storia al mythos.

I miti sono all’artista il paradigma di ogni storia, l’evento d’origine dell’accadere, il senza tempo: il silenzio ineffabile,

che invade e abita la parola della forma. L’umano è involucro segnico, che tenta di stringere a sé la propria provenienza,

la propria destinazione, il proprio senso: gettato in una distanza incolmabile da se stesso, è azione rituale del proprio fondamento al luogo d’origine, alla soglia divina dell’umano. La forma segnica è figurata nella sintesi all’opposto e danzante alla Rosito,

fra il battere energetico, vitalistico e irriflesso del presente fuggevole e il levare della rappresentazione, che crea tempo

oltre il tempo, in alito animistico, cifra dell’ontico e porta carraia della risignificazione, che solleva la datità a nuova possibilità. L’arte della Rosito è poièsis, creazione di un luogo-non luogo di mediazione, un sacro e militante risalire

dalla forma crisalidea, attraverso la vita, la morte, la resurrezione, al punto in cui forza e forma coincidano.

Così il destino di ogni essere, romito della sua finitudine, è l’alchimia della resurrezione. La forma è simbolica interpretazione, che riscrive il mito e lo incarna, accrescendosi, a rifigurare incessantemente il divenire della vita, sulla catarsi del senso, presentificazione della verità. La sostanza del soggetto è una relazione e nel luogo della donna l’artista trova la più elevata armonia dialogica di figura e sfondo, il valore della libertà del soggetto dall’angusta prigionia del segno, per l’infinito.

Donna è desiderio di desiderio, potere regale di generatività, quella diretta della filiazione e quella indiretta del significato:

è vita eterna inesauribile, ben oltre l’occorrenza della morte, poiché l’oggetto del desiderio non può essere mai posseduto dall’uomo. L’artista allora è il cavaliere, che ama la donna regina, il chasma del senso oltre la parvenza, al luogo precategoriale dell’anonimia emozionale della continuità al mondo e uccide il regnante profilo identitario, prigione solida dell’abito all’esistere, dell’abitudine al punto di vista, per la propria conquista di vita eterna, nel divenire della verità,

che solo la differenza sa donare.

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