Maria Colombo (LGE)

Poesia, fonte invocata

Assediata, assediata sono.
Assalita, assalita dalla cenere,
annerita, annerita,
affumicata dal fiume acre del dolore.
Questo nodo che ti attanaglia
e ti stringe alla gola.

O poesia, mio unico rifugio,
gioia dei miei pensieri,
specchio dove mirare
la speranza bianca di una nuova Pasqua.
Poesia, fonte invocata,
finestra del credere, issata sul colle.
Sulla torre più alta ti porrò in vedetta
come balsamo dolce.
So che un’eco inonderà la vasta pianura verdeggiante
e il profondo silenzio riempirà di pace l’anima mia
e la speranza farà fiorire il mandorlo e i ciliegi
e la fede avvolgerà nel suo ampio mantello
il bimbo ignudo, in una stalla
e l’amore, in silenzio, si leggerà negli occhi
e l’uomo mendicante riposerà sotto le morbide sue ali,
ali grandi e riparatrici.
Sarà così una festa senza fine
e dal balcone, una infinità di stelle, come copricapo.
Sarà così un viale ininterrotto, mirabile,
Dio mio.

 

Critica in semiotica estetica della Poesia “Poesia, fonte invocata” di Maria Colombo (LGE)

 

Entusiastica, la parola della Colombo è letterale tensione partecipe del luogo divino. L’emozione fremente e dolente è indistinzione iniziale in nigredo, da cui rinasce come la fenice la parola in poesia, in albedo spirituale. Come il mistero pasquale il segno poetico dell’uomo è un passaggio alla deità, un riflesso sorgente della verità, un passo che volge all’assoluto, dalla morte alla vita eterna.