Maria Luisa Caputo

Nomade

Mi piace credere di essere
cittadino del mondo
e ancora di più sentirmi straniero
in ogni nuovo paese
Non voglio perdere suggestioni
profumi di macchie verdi
colori di cieli
Spero di avere sempre
occhi incantati
per nuove meraviglie
occhi vividi per catturare
sguardi segnati da fili sottili di nero kajal,
forme rotonde e sinuose nascoste
dall’indaco, dall’oro, dall’arancio
dei sari e dei caftani fluttuanti,
occhi attenti a percepire
le sfumature dei toni bruni
che non mi facciano dire negro
a chi dal cenozoico ha guardato di più il sole
E quando sulla tavolozza della mente
i colori formeranno unica
indistinta macchia
allora dovrò riprendere il viaggio
per sentirmi cittadino del mondo
e ancora straniero
per non dimenticare che la diversità
è la Vita.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Nomade” di Maria Luisa Caputo

 

Le vive cromie della parola della Caputo sono arte, che letteralmente anima e muove a congiungere, che discioglie e mesce i colori identitari fino alla visione originaria di sintesi di sé e altro da sé, in unica terra. Il viaggio è anche sempre cammino interiore, che reintegra la negazione, la differenza, nell’abbraccio armonico di opposti, nel legame fra coscienza ed inconscio, per la rinascita al senso unico e universale dell’essere umano. L’uomo è nomade, non possiede la verità: è la via stessa del cammino, a trovare la sua realizzazione oltre se stesso, nel movimento verso l’alterità, di riconoscimento, di riconoscenza, l’un l’altro a rendersi vicendevolmente completi nell’essere di un grembo sociale.