Maria Teresa Infante

Senz'alba

(Mai nato)

Cercai di non pensarti
relegandoti nel ventre che non ti nacque
annegando i rami delle tue radici
tranciate tra il mio costato.

Mai ho dimenticato
i fratelli che non ti ho dato
segregandoti tra i chiodi delle mie stanze
e le nenie mute delle culle vuote.

Non ho mai scordato
il tocco delle manine sconosciuto
sui capezzoli prosciugati dalla tua assenza
e il latte inacidito che dissanguai.

Senz’alba
fu il cielo che ti partorì
tra le oscure doglie della notte eterna
in cui fui vittima e carnefice
dell’imperfetta sostanza che mi fece donna
tra la croce e la condanna.

Nascesti altrove
non seppi mai chi eri.

 

Morii di te… tu di me.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Senz’alba” di Maria Teresa Infante

 

La parola asciutta, dura e graffiante della Infante allittera profondamente per la coscienza del dolore

dello strappo insanabile della gestazione spezzata, sofferenza personale che si eleva e investe il grembo

stesso della natura, a cercare una cosmica catarsi, ivi anche negata. La vita nel grembo materno è dialogo sintetico, in sincronia, in sintonia, in sinfonia, entrambi senza esperienza antitetica dell’altro da sé, stretti in una soggettività totale, che, qualora innaturalmente infranta, provoca il vissuto di morte del figlio e, ugualmente, della madre.

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