Marisa Cossu

La tela tagliata

(di fronte al quadro di L. Fontana)

È la tela tagliata che m’inquieta,
il pittore che incide con la lama
lo spazio bianco e, come una ferita,
si compiace di un sangue non versato;

ma per quel gesto si dipana l’Oltre
che non vediamo, non immaginiamo;
si palesa dal buio dei confini
nell’azzardo di un mitico pensiero:

che cosa vive dietro quel biancore,
perché la luce penetra nel vuoto.
E se mi turba il gesto dell’Artista
mi attira il taglio, il verticale segno

di croce che trapassa la materia.
Dal limite s’innalza quel dio nuovo
che nella sfida compie il suo destino
all’eterna ricerca di se stesso.

 

Critica in semiotica estetica della Poesia “La tela tagliata” di Marisa Cossu

 

Ardita, la parola endecasillaba della Cossu sfida i confini identitari della coscienza nell’atto transitivo di sé nella natura, all’indice di estraneità, per la sinestesia proiettiva dell’infinitizzazione del soggetto, a rientrare nel grembo oggettuale del mondo, per mezzo dell’alba nuova della tela sacrificale. La tela del Fontana partecipa del rituale della croce, a trasfigurare la dimensione materica elementare nella sintesi alla divina essenza, all’ascolto del silenzio, a rinascere oltre la morte del sapere, alla liberazione di una nuova e propria verità.