Marzia Giacobbe

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Natura vivente” di Marzia Giacobbe

 

Le velature inchiostranti della Giacobbe sono carezze di luce sugli occhi socchiusi alla libera rêverie immaginante, che archetipicamente riapre lo spazio transizionale, esteso fra pelle e natura, a mescere i visi ai fiori, a rituale dell’attraversamento di un sogno. È l’iniziazione di una cosmogonia, che ricapitola una nuova gestazione di sé all’esistenza: dai violetti nembosi della latenza inconscia, dispiega il viaggio cromatico e sintonico alla coscienza, che rinnovata risveglia alle frequenze di una luce sorgente.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Arlecchinata" di Marzia Giacobbe

 

L’apparenza in festa delle delicate e caduche campiture cromatiche della Giacobbe è rituale annuale della forza irrisoria e collettiva del carnevale, a rovesciare le regole e i ruoli identitari. Arlecchino è irriverenza e derisione del potere della coscienza, creatura liminale fra natura e cultura, vive della complementarità di dionisiaco ed apollineo e partecipa dell’aspetto ctonio e sacrificale, che attraversa il potere germinativo e primaverile della nuova forma di vita. È una Venere lucifera: simbolo della solarità declinante e risorgente, che folle abita la zona franca fra gli opposti della morte e della vita, per rigenerare il tempo, per una nuova manifestante ipostasi a morire.