Nunzio Buono

L'essenziale

Ci sono tutte le intenzioni.

Due iniziali ai bordi della tavola

e un parlare acceso

 

Nella strada,

dicotomie quotidiane

non indossano il volto ai ricordi.

 

                 -  Eri apparsa dal silenzio.

 

Tu, quella sera avevi il freddo, mio

e tutto ciò che non avevi.

 

Io, il corvino dei tuoi occhi

Critica in semiotica estetica della Poesia “L’essenziale” di Nunzio Buono

 

Tanto più nucleale, tanto più potente è la sensibilissima semantica emozionale di Nunzio Buono nella cosmogonia della poesia “L’essenziale”. “Le intenzioni” sono quanto di più umano e insieme quanto di più divino l’uomo sa essere: intenzione è senso,

il tendere inesauribile verso la pienezza dell’infinità da una mancanza costitutiva, mancanza che il Buono approfondisce spogliando i nomi propri stessi in “due iniziali ai bordi della tavola”, perché solo il dono igneo e creatore del riconoscimento mutuale lungo “un parlare acceso” può nominare e rinominare l’identità. Fuori del primario intimo della casa invece, l’eccessiva impietosa coscienza del giorno separa dai ricordi, come da se stessi: l’antropomorfismo dei ricordi tutto apre a una concezione unitaria dell’autore di essere e tempo. E nel tempo all’imperfetto, il tempo configurante del racconto aperto di sé e altro,

il Buono ritrova il giaciglio dell’inconscio nel silenzio che figura apparizione e come ogni grande apparizione poetica ha in sé

la forza immisurabile del rituale: conduce alla perdita  identitaria nell’anonimia emozionale della percezione diffusa

di continuità essente con l’alterità, sensazione irriflessa d’infinito, per un nuovo cammino individuativo attraverso il dolcissimo chiasmo abbracciante di qualità aggettanti di “tu” ed “io”, in un “corvino” il dispiegarsi più vasto del possibile in atto, fino

a superare la condizione parziale dell’avere per la più profonda e insottraibile dell’essere, nell’essersi assoluto di chi conosce

il significato della perdita, per rinominarsi vicendevolmente, suggello poetico diveniente del desiderio d’eternità.

Nessun inchiostro

La notte conduce il mare sui mattini

in un messaggio vuoto come il volto d'anima nascosto

nel perdersi del giorno.

 

Nessun inchiostro versato

ha la voce d'un rimpianto

e nessun vento invocherà più ti amo.

 

Nel meridiano il capo

è l'ombra al mio diletto, il guardo

che al cielo ha capovolto la deriva.

 

La mano

non scrive più stagioni

alla mia sponda

 

e l'urlo al mio silenzio,

                  dal tuo silenzio

 

lo portano i gabbiani.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Nessun inchiostro” di Nunzio Buono

 

D’elevata potenza sintetica è l’opera del Buono, che si serve della notte per mareggiare transitivamente i doni dell’inconscio, messaggi come tracce, che rinviano il movimento del desiderio, mai pago di un oggetto, presente, ma impossibile, perduto. La traccia d’inchiostro, il segno dell’uomo sul mondo, è tutto ciò che all’uomo

è possibile. Eppure l’immaginazione sinestesica del Buono trasporta fin dove la secca arsura meridiana del cosciente conduca, ancora, all’ombra ondosa e ristoratrice dell’inconscio, così che il corpo viva una dimensione fuori del tempo, il luogo dell’unità dell’essere, dove la voce d’ogni cosa perduta è ritrovata.

Se Rimani

Mi fermo nelle virgole dove leggo e torno.

Mi avvicino a te se ti scrivo.

Quando il filo azzurro ripercorre il tuo pensiero

il mio pensiero si fa luce.

 

Mi accompagni.

Tra le vie ci guarda il silenzio delle cose

e cammino sui tuoi passi. Abbiamo riso sotto il portico.

Ho baciato il tuo viso di pioggia; tu le mie parole non dette.

 

Qualcuno ha parlato, forse

ma eravamo altrove, io da te tu da me.

In ogni volto dei minuti si fa sera e si fa notte ogni giorno.

 

Poi si resta a fingersi un riflesso

a filo d'acqua come le zanzare, un volo

e dal riverbero si nasce per morire senza sosta.

 

Siamo l'eco dopo il punto

e tutto si ripete se rimani.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Se rimani” di Nunzio Buono

 

La semplicità del Buono ne è la ricchezza: l’essenzialità del rito è la chiave per l’apertura dell’abisso dietro la maschera delle parole. Conoscenza è riconoscimento, scrittura è desiderio incolmabile; ma la musica e l’oralità della poesia sanno creare la pienezza dalla mancanza stessa e l’inchiostro può divenire cielo e aprire l’uomo alla coinonia sinolica con l’alterità e con la natura. La sinestesia toccante dei sensi del poeta è tale da capovolgere

la relazione fra soggettuale ed oggettuale e riaprire al continuum dell’evento dell’accadere, che fa dell’uomo il mondo e personifica il tempo. La condizione umana, il valore segnico dell’essere, è lo sbalzamento in un altrove sempre estraneo, che la voce delicata e intima del poeta, in un attimo, rende familiare, nel recroisement, nell’abbraccio fra senziente e sentito, in un chiasmo del movimento del desiderio.

Doppio della verità, l’uomo è al poeta memoria di un’origine e luogo rituale che avvalora, che dà senso,

e nell’attimo del senso, che subito muore, è ciò che innumerevolmente ed amorevolmente stringe l’origine perduta.

Sotto gli embrici di luglio

Nei pensieri

si respira lo sguardo del vento.

Siamo l'inverno nella terra del seme.

 

Ti cerco

in uno spazio di parole

dove il paesaggio non limita infinito.

 

Ti scrivo

e sono gli occhi

che ricevono il tramonto.

 

La mia voce

ha voce degli uccelli

quando pieni di cielo;

                        - andando

 

siamo la piuma che rimane.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Sotto gli embrici di Luglio” di Nunzio Buono

 

La parola delicata e profonda del Buono è dono in sinestesia, è carezza che commuove del lieve movimento

che apre all’infinito, al desiderio di casa a cielo aperto. Il pensiero è al poeta desiderio di riguardo,

il riconoscimento di sé all’intreccio dello sguardo, mai pienamente possibile, mai propriamente diretto, dell’alterità e del mondo e nostalgica condizione di latenza al proprio essere. L’uomo è allo spazio d’assenza, al silenzio, all’amore fra le cose, al volo inarrestabile di desiderio, alla testimonianza fuggevole dei sensi.

Rifletto il fiume

La percezione del mio andare.

Come dopo le virgole

quando sosto l'attimo e seguo.

 

Penso a quel treno

che passato appena è già distante

e ai tuoi occhi, nel mio paesaggio portato via.

 

Mi sono fermato

in quegli spazi di pensiero catartico

le cinque dita ferme in un arrivederci sono già un addio.

 

In quelle parole non dette restano le mie poesie

per chi se ne va da un giorno di nebbia

per tornare dal sole.

 

Svuoto il fiume dal mio ascolto

avanzo nel silenzio dei tuoi occhi

 

in questo mio, andare lontano.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Rifletto il fiume” di Nunzio Buono

 

La parola fluida e nostalgica del Buono riflette la dimensione transitante dell’umano. Ogni evento è già evento

in figura, essere in errore, che diviene inarrestabilmente, lungo una costitutiva separazione e perdita.

L’uomo mette in scena e si mette in scena nella parola, è una vita riflessa, a rituale di ricerca dell’evento ancestrale e immemoriale dell’origine nello sguardo materno. Il poeta canta del carattere mimetico del corpo:

il riconoscimento di sé entro il segno rappresenta l’ingresso dell’uomo nel desiderio di conoscenza

e di quel riconoscimento primo, sole che abita ogni altro sguardo.

Pont Saint-Michel

Così,

che ci siamo guardati dallo stesso spazio.

Tu guardavi i miei occhi che guardavano i tuoi.

 

Lo spazio era fermo.

La Senna muoveva il silenzio dei pensieri.

 

Ci siamo guardati. Ricordi? quante volte

ti ho portata in quello spazio di pensieri e il pensiero era fermo

lo stesso pensiero fermo. Uguale alle tante volte.

 

Ma questa volta, ci siamo guardati

e non era la stessa lacrima che ci sapeva lontani.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Pont Saint-Michel” di Nunzio Buono

 

Il verso sinestesico e intimista del Buono scorre, corrente acquea, che al divenire gesta la coscienza.

L’intreccio della visione amorosa, nel chiasmo del movimento incrociato, di vedente e di visibile, riconduce

al cogito tacito e irriflesso, a quell’esserci, che è originaria coappartenenza di sé ed altro, in unica carne.

Ma terzo, a minare l’abbraccio essente, s’insinua la Senna, il tempo che muove: lo specchio, che intorbidisce

la visibilità diffusa e tornante della coessenza, a partorire il pensiero di sorvolo, l’epoché della coscienza,

lo sguardo che divide, che definisce, che separa, nel dolore del sapere, della differenza.

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