Paola Iotti

A mio padre

Immobili le tue cose,
in ordine, silenziose orfane.
L’oscurità della stanza ne cambia il colore.
L’odore rimane ancora e un altro odore
spalanca la memoria.
Arance nel tepore di un camino.
Una mano saggia da tergere lacrime
da riparare danni.
Non è così oscura l’ombra in fondo,
accoglie silenzi
non chiede perché.
Il tempo rallenta il suo corso,
come pioggia sottile
una coltre ricopre lo spazio
lo ammanta ne smussa i confini.
In questa penombra riposo
Il domani sia tardo a venire.

Critica in semiotica estetica della Poesia “A mio padre” di Paola Iotti

 

Sensoriali, le parole della Iotti affidano il dolore ineffabile della perdita all’ambiente intorno, nel dolce e panico abbraccio di un vissuto universale, compreso finanche il regno inanimato degli oggetti. È il rituale di ricongiungimento all’unità primaria, che lega ogni cosa in presenza, nella sinestesia olfattiva e nell’ombra preconscia ed immaginativa, a sciogliere il tempo lineare, a riaprire i confini. È il passo regressivo al principio, che affronterà la catarsi di una nuova nascita di coscienza, serbando il senso e il valore della vita.