Paola Meneghin

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Riflessi d’argento a Venezia” di Paola Meneghin

 

La delicata arte multiespressiva della Meneghin è carezza nostalgica al desiderio di bellezza. Conoscere è dar segno-maschera al vedere nell’emersione diveniente in forma della verità essente, che sensualmente dietro si vela. La maschera è metafora, riflesso nello sguardo, che insieme presentifica e assenta, fra eros e morte, fra luogo fremente e luogo sapiente. La maschera è desiderio di desiderio e inscrive nel desiderio dell’altro: è luce che staglia la presenza umbratile dell’uomo. All’uomo non è mai la roseità della rosa,

ma in un istante può egli essere la maschera di una rosa, il suo nome, il suo riverbero, alla sinestesia della sua danza di vita.

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Scintillio di riflessi sulla Laguna Veneziana” di Paola Meneghin

 

L’arte multilinguistica e ornamentale della Meneghin è desiderio di bellezza, è volontà di cattura della fuggevolezza dell’istante in divenire, nell’ascolto incantato del movimento. La luce del riflesso è danza melodica e unica superficie di mondo che si dà all’umano sguardo della conoscenza. Al velo di Maya è la maschera del sapere, tanto mutevole, fragile e caduca, quanto bella, come ali di farfalla sull’abisso dell’inconscio della vita. Ogni forma all’artista è emersione dalle acque: un’Afrodite sorgente su di una conchiglia di madreperla e offerta in dono dalla spuma inesauribile e marina delle onde.

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