Peter Paul Pinna 

Marzo

Te ne sei andata

come fanno le cose belle

che prima ti fanno gioire

e poi ti lacrima l’anima.

Te ne sei andata

stringendo le spalle

e ti sei voltata

portando via con te tutto

perché in quel tutto c’ero anch’io.

Vorrei avere il coraggio

di lasciarti andare

come un aquilone

destinato a Dio

e con amore

perdonarti

mentre scivoli via

tra l’orizzonte e il cuore.

Un ciliegio

parla a tutti

soprattutto a marzo

mentre le radici

spesso silenziose

le ascoltano solo i poeti.

Non trovo pace

perché sono sensibile ai ricordi

per cui vale la pena ancora sognare

e segretamente

smetterò d’angosciarmi

quanto tu smetterai d’amarmi

perché tra gli spazi vuoti dei tuoi pensieri

so che ancora esisto

e che in primavera Tutto Risorge.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Marzo” di Peter Paul Pinna

 

Semplice e dondolante, la parola malinconica ed epistolare del Pinna si solleva nella melodia del presentimento, che l’ascolto profondo del senso delle cose ingenera nel tempo circolare: il tempo del ritorno.

La condizione d’assenza dell’oggetto d’amore conduce il poeta alla proiezione dell’attesa sulla rivelazione

dei segni di vita e di bellezza della natura, nel rituale di catarsi del dubbio e della perdita dell’amata, a rinnovare

la romantica speranza propria di chi nell’inverno sa smarrire anche di se stesso e tendere l’orecchio al movimento inconscio e radicale, per l’infinità di sé, nell’altra.

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