Roberto Morreale

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Purgatorio” di Roberto Morreale

 

Tensione, sospensione, attesa, in una dialettica fra illusione e incanto suggeriscono i ghiacci crepitanti di Roberto Morreale, rivelando la purgatoriale quotidiana condizione dell’uomo, resa dalla presentissima intimità di un altrove da essere. L’azzurro approfondimento di dita psichiche sottili e fatali trattiene la tensione catartica dello scibile dal passaggio oltre l’eco dell’istante frammentato, nella superficie glaciale cristallizzata dell’illusione, del riflesso, della dimensione umana e sempre seconda alla prima verità, impossibile e irrinunciabile al movimento dell’andare del desiderio. In ultimo al sottile stelo della nostalgia di un paradiso d’infinità perduto c’è sempre, al di là da venire, il varco per l’oltre della verità, possibile all’uomo solo come raro fiore inattingibile alla mente, ma sfiorabile ai nostri sensi nella scelta sfumata della sinestesia emotiva, carezza del possibile, latente all’epoché del sapere, ma elargitiva alla vita del meraviglioso e acceso continuum di sé e mondo.

Roberto Morreale, Crocefisso ad una rosa.jpg

Critica in semiotica estetica dell’Opera “Crocefisso ad una rosa” di Roberto Morreale

 

L’accoglienza della forma nel bacino glaciale è per il Morreale lo sguardo latore del mondo. L’algida ardenza del ghiaccio dipinto è la sintesi degli opposti di coscienza ed inconscio: l’uomo è in esilio da se stesso nel segno dell’io, è movimento cristico sacrificale, pegno per l’oggetto di vita eterna della verità. Crocifisso dal suo amore stesso, è trasmutazione dell’ombra in luce sapienziale, nella comunione cosmica che eleva l’uomo ad imago dei. La croce è incontro di materialità e di spiritualità: una rosa figura la soglia dischiusa del cuore, è il senso profondo e archetipico che sboccia nella coscienza spirituale. L’uomo è figlio di un sapere fremente, che rinasce dal cuore, a trovare la sua realizzazione nell’unità della totalità.