Roberto Tolomeo

Il disincanto

Il disincanto

che si piega sulla tua lieta pelle come un abito,

esala un timbro di settembrini cucito

su di una nota, e si propaga come un sonno infranto.

L’azzurro della sera sale serrando i balconi

e tingendo verso l’alto un rimpianto cupo d’estate;

si finge d’essere un increspare di onde agitate

in un’aria appena percettibile per l’assenza di suoni.

C’è un odore d’ammoniaca che mi riporta alle sere passate,

in armonia spezzavo il mio corpo come foglie delicate

e un’acqua viva di ricordi mi frigge illuminata sulla fronte.

Cala fluido un olio giallo zinco come un leuto su di un fianco spiaggiato

dove leggere la sabbia scrosciante che s’innalza su dal monte,

e riporta in me le ore più tiepide di un pomeriggio addormentato.

Ecco, è qui! Ritrovare, su di questo altare di roccia smalto,

un bacio argento

di piogge, un salto fugace, uno sguardo che sfugge,

stringerti a me come queste pietre al cemento:

nel tuo manto

che ti accarezza il volto, e si protegge, non apparteniamo più al tempo,

si intreccia vivace nel vento.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Il disincanto” di Roberto Tolomeo

 

Le ricche sinestesie del verso articolato, melodico e personale del Tolomeo intessono le trame dei sensi,

fra incanto e disincanto, a trattenere ancora vivida e presente la memoria corporea, che infrange la linearità del tempo e nuovamente restituisce alle dolci illusioni traslate dell’oggetto d’amore.

I luoghi del poeta sono varchi temporali e sacre e inesauribili sorprese di altrove possibili.

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