Romeo Manzoni

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “L'aquila di pietra” di Romeo Manzoni

 

L’audace eccedenza oltrevitrea della fotopittura del Manzoni è un descensus ad inferos, al mondo ctonio dell’inconscio, a sfidare la memoria dell’origine immemoriale, a rituale di rottura della norma sociale e di perdita del principio individuationis, che fonde all’anonimia plurale e fremente della vita tutta, a godere del piacere diretto della pulsione istintuale e dionisiaca. L’artista ammonisce tuttavia la fragilità dell’io, volto alla catabasi di un’anabasi impossibile. Di fronte al gorgo uroborico della bellezza inconscia è la pietrificazione che atterrisce, nel terrore del caos, lo spirito aquilino della coscienza, poiché se si fissano gli occhi sulla strada dell'abisso, anche l'abisso restituisce il suo fatale sguardo di verità incontenibile.

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Critica in semiotica estetica dell’Opera “Fragilità” di Romeo Manzoni

 

La vitrea fotopittura del Manzoni sospende l’istante di profondità abissale ed inconscia, che serba e mesce il ricordo alle acque del sogno. Apparizione che, emersa allo sguardo immoto, solido e duale della coscienza che disgiunge, si mostra in tutta la fragilità dolorosa di una durata effimera e frangente. È la nostalgia dell’esilio da uno sguardo perduto, eppure eternato all’eco rifranta, che chiama una sinestesia impossibile.