Vito Ugo L'Episcopo

Prologo alla sintassi del morire

Quando si morirà, fratelli, non piangeremo, perché

la via ci ha portati dove doveva, dove il salto è lungo

e misterioso, dove non c’è altro che calma.

E ci lasceremo liberi di andare nel vento,

senza trattenere il fiato, celebrando che in questa

parentesi tonda sotto radice quadrata siamo stati

qui, abbracciati nell’esistere.

Critica in semiotica estetica della Poesia “Prologo alla sintassi del morire” di Vito Ugo L'Episcopo

 

Ironica e mordace, la parola di L’Episcopo coglie il senso profondo dell’uomo che si colloca letteralmente nella sintassi, nella relazione fra elementi, nell’abbraccio della coappartenenza d’io e d’altro. Il chiasmo d’ascolto del senziente al sentito si estende per la breve parentesi tonda che stringe la data di nascita e di morte del radicando, del latus radicale da cui trae origine il quadrato terrestre della vita. La sostanza di sé è all’interno del movimento ad intreccio di un riconoscimento mutuale, che comprova le esistenze. L’uomo è semplice attesa dell’elevazione a potenza, che fa il respiro della sostanza del vento, che rende l’uomo della stessa sostanza del mondo.